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La chiamata di Levi – Mc 2,13-14

Capisco che per alcuni di voi questa cosa è molto strana.

Forse non sei mai entrato in una chiesa o l’ultima volta che sei entrato hai avuto una brutta esperienza. Non lo so, forse volevi andare al pub qua dietro, hai visto che era chiuso, hai visto una luce in fondo alla via e sei passato.

Forse invece sei un frequentatore folle di chiese di quello che non ti perdi una messa, che finita una chiedi subito il bis, non lo so.

Mi presento. Sono vestito di nero. Sono un prete da come si può intuire. Dico le parolacce. Mi piace parecchio il calcio.

Vedevo tanti preti e pensavo “ammazza che sfigato che eh, questo giusto il prete poteva fare”. Le cose che raccontavano non mi convincevano.

Sono nato in una famiglia che andava in Chiesa. Quando crescevo vedevo che le cose che mi dicevano dentro casa non trovavano riscontro con la realtà. Cioè tutto molto bello quello che dite voi in Chiesa, però a me piaceva giocare a calcio, poker, fare graffiti, scommettere e non ci trovavo niente di male.

Cioè in fondo mica stavo ad ammazzà qualcuno.

Poi però ho incontrato nella mia vita persone che invece avevano altri occhi. Che mi hanno parlato delle cose di cui vi parlerò, senza fare troppi giri di parole, senza incartarmela, senza fare carta vince carta perde, senza moralismi, e mi è successa una cosa strana.

Più guardava queste persone e più pensavo: “certo che però questi si godono la vita”.

Io avevo un motorino, roba firmata addosso, una ragazza, a scuola mai avuto un debito, con il calcio le cose mi riuscivano bene.

Cioè, per un 17enne tanta roba, cioè che vuoi diventare Escobar?

Insomma andava abbastanza bene la vita no? E chi lo nega, però avevo sempre quel filo d’ansietta, quell’infelicità latente, quel mi manca sempre qualcosa.

Vedevo invece sti tizi che stavano sempre dentro una Chiesa e contenti di vivere, te ne rendi subito conto quando uno ha voglia di vivere.

Bene in quel periodo pensavo di passarmela benissimo, sono incappato insieme ad alcuni compagni di classe in un giro di scommesse.

Ho fatto tanti impicci, rubacchiavo qua e là. Alla fine però ero sempre un bravo ragazzo di quelli che la vicina di casa dice: Ma era così un bravo ragazzo!

Poi chi scommette ha un altro problema che altre dipendenze non hanno. Che se fumi erba torni a casa ridendo come uno scemo, sei rallentato, hai gli occhi come un panda, vai al supermercato qua vicino e lo riconosci subito dalla spesa: un pollo, un altro pollo, una coca-cola, un altro pollo.

Se ti bevi questo mondo e quell’altro barcolli, vomiti, il giorno dopo ti senti male, ti gira la testa.

Se scommetti come mi sgami? Che ne sai se prima di venire qui mi sono giocato 200 euro online? Come lo vedi?

Ecco, questo era il mio problema, l’ipocrisia.

Fuori assolutamente perfetto. Giocatore di pallone, che a scuola va bene, bravo ragazzo insomma, invece dentro ero marcio, spaccato in due, pieno di muffa.

Però questa roba la puoi raccontare bene e anche ben ricamata alla gente che hai vicino, a me stesso non la potevo raccontare.

Una vita dietro al calcio, volendo diventare chissà chi. Finalmente arriva la chiamata della vita, arriva un fax in società “Il giorno 23 gennaio sei stato convocato dall’A.S. Roma per una settimana di prova”. Faccio la settimana di prova, va tutto bene, l’allenatore della squadra di quel tempo, mi dice: Allora, cosa vuoi fare? Firmiamo?

Ehmm, scusa mister non so che ho, ma non me la sento proprio.

Come non te la senti”. “Eh no”. Grazie e arrivederci.

Qualcosa non funzionava. Chiama la Roma e io avevo l’ansia, ciao.

Tu sei un informatico ti chiama Google e gli dici: No scusa, ho l’ansietta!

Mi sembravano troppo piccole le cose che stavo facendo. Un po’ di compensazioni con qualche scommessa, la ragazza e il calcio.

Sono sempre stato un tipo che si è fatto tante domande già da piccolo, ma la verità è che tutta questa roba mi faceva girare a vuoto, come una vite spanata. Non che fossero cose sbagliate, ma erano vuote.

Un bel giorno a 17 anni ho fatto un’esperienza molto forte, che non sto qui a raccontarvi se no parlo solo di me. Mi ha fatto provare qualcosa che non avevo mai provato.

Io mi disprezzavo per le maschere che mettevo, la gente intorno a me le chiedeva sempre di più per essere come loro, ma un giorno c’è stato un pre me e un post me.

Mi avevano raccontato da quando ero nato di questo Dio che perdona, che ama, che tutto quello che ti pare. La lezione la sapevo bene. Ma un conto è conoscere qualcosa un conto è farne esperienza.

Ecco quel giorno ho fatto un’esperienza che non avevo mai fatto, quella di essermi sentito voluto bene non per le mie qualità. Non ci credi in Dio? È una suggestione? Pensa come ti pare. Quel momento per me è stata una svolta.

Sapete come mi sono sentito in quel momento? Come un condannato a morte. Dostoevskij lo racconta della sua vita (tra l’altro anche lui uno scommettitore scriveva romanzi per pagarsi i libri).

Fu condannato a morte, ma ricevette la grazia da parte dello zar. Il tenente che comandava il plotone d’esecuzione fece uscire i condannati, davanti a loro schierò il plotone, e diede tutti gli ordini dell’esecuzione, di alzare il fucile, di puntare…tranne l’ultimo: invece di ordinare «fuoco!» scoppiò in una risata e lesse la grazia.

Ogni ordine che viene dato è come se fosse già una morte, non puoi più scappare, ti separano dalla morte solo pochi secondi.

Ecco, io mi sono sentito così quel giorno.

Di spalle, un fucile puntato dietro la mia testa e un vivacchiamento generale. Nell’attesa di una svolta, un qualcosa. Da lì ho preso veramente sul serio la mia vita.

Ci sarebbero altre 6 milioni di cose da raccontare, ma ora vorrei leggervi una parola del Vangelo, che parla di un personaggio che ci accompagnerà in tutto questo percorso.

13Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. 14Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mc 2,13-14

Che c’entra tutto questo questa sera? Dove uscì di nuovo Gesù? Ci troviamo a Cafarnao. Un piccolo villaggio della regione della Galilea. Si trova intorno ad un lago, il lago di Tiberiade. Cafarnao è una città di confine, lontano dal centro religioso che era Gerusalemme.

È curioso, perché Gesù Cristo inizia tutto sto macello in un luogo un po’ ai margini? Che ne so oggi viene un messia e dici “si farà vedere dalle parti di Roma, dove c’è il Papa, San Pietro e non ad Aosta”. Cioè sta lassù, una cittadina piccola, 30 mila abitanti, che inizi a fare lì? Ma chi ti vede? Soprattutto Cafarnao è una città di passaggio. Si trova nell’entroterra, non è sul Mediterraneo dove ci sono scambi commerciali, stranieri ecc.

Cioè fino ad ora non ci sta un presupposto che sia uno che ci spieghi perché tutta sta storia inizia da questa città.

Oltretutto ha la mentalità da paesino piccolo che si trova su un lago, una mentalità provinciale. Oggi lo chiamiamo Lago di Tiberiade, ma quelli lo chiamavano “mare”. Gli faceva paura come se fosse un mare. È la mentalità di provincia, tutti quelli che devono andare a studiare nelle grandi città si trovano spaesati.

Allora immagina tu che la notizia che cambia le sorti dell’umanità si annuncia dove probabilmente nessuno è disposto a cambiare una virgola della sua vita. Dio che ha mandato suo Figlio sulla terra non mi sembra un tipo troppo smart.

Bene, allora il vangelo dice che Gesù aveva una marea di persone che gli andavano dietro. E perché mai? Aveva fatto un po’ di cose mezze importanti tipo cacciare un demonio da una persona, ha fatto sto gran favorone a Pietro, che ancora lo sta ringraziando, con la povera suocera che stava lì lì per morire con una febbre fortissima e invece lui la guarisce.

Dice che gli portavano malati e lui li guariva, a caso, non gli interessa neanche sapere chi era sta gente. Lui guariva. Vabbè a una certa dice che praticamente appena lo vedevano la gente impazziva, perché tutti quanti avevano un problema, un problema da risolvere. Non poteva entrare in nessuna città.

Però ci riprova, rientra a Cafarnao. Appena la gente ha saputo che stava in casa si radunano e sono così tante che non c’era posto neanche davanti alla porta. Addirittura gli calano un paralitico dall’alto perché non c’era spazio per portarglielo.

Qui la prima svolta. Dici ora lo guarisce, uno in più, uno in meno, anzi è pure un po’ noioso sto Gesù. Invece no. Gli dice: Figlio, ti sono perdonati i peccati. Scombina i piani di tutti.

Pensi veramente che il problema di quest’uomo sia la paralisi? Tu vieni da me perché pensi che una volta che questo tizio ricomincia camminare gli ho risolto il problema della vita? Pensi che sia un risolutore di problemi? Hai sbagliato posto e persona. Mi dispiace ma non c’è qui quello che cerchi. Mi dispiace per tutti quelli che pensano mi devi dire qual è la soluzione ai miei problemi, sennò grazie e arrivederci.

Puoi uscire anche ora, non risolveremo e non vi prometteremo di risolvere nessun problema. Te lo dico subito.

Forse ti sei allontanato dalla Chiesa perché hai pregato tanto per qualcosa e Dio “non ti ha esaudito”. Ecco se stai con la mentalità “vabbè riproviamoci”, mi dispiace tantissimo, ti tolgo subito l’illusione. Qua parliamo di roba di un altro livello, quella è roba di maghi, di cartomanti. Niente in contrario, ma non c’entrano niente con noi.

Allora Gesù non può uscire, quando esce lo assalgono. Invece riesce di nuovo, lo risegue una folla. Lo segue perché questo fa i miracoli.

Solo che ad un certo punto succede qualcosa di strano. Ha persone intorno da tutte le parti, stava lungo il mare, che poi abbiamo visto che era un lago, e a una certa vede un tizio.

Dovete sapere che all’interno di un racconto ci sono informazioni che sono oggettivamente di troppo, cioè non ha molto senso scrivere certe cose, se stanno lì è perché chi sta scrivendo vuole che tu ci faccia caso particolarmente, che ti ci soffermi. Ecco la prima.

La prima cosa che dice è che Gesù passava. Come passa? Tu lo vedi ora? Io non lo vedo. Quando c’è un’occasione che diciamo? “È passato un treno”. Però se il treno non passa, neanche la puoi dire questa cosa. Qua ci siete molti che potete decidere tra tanti treni che vi passano davanti nella vostra vita e altri invece che “magari passasse un treno, il primo che capita, lo prendo al volo pure se va a Pizzo calabro”.

Cambiare, muoversi, cogliere un’occasione non porta necessariamente a vivere meglio. Però se le cose devono migliorare, qualcosa devono necessariamente cambiare.

Ecco, c’è bisogno questa sera di ristrutturare il proprio punto di vista e a volte questa cosa avviene con cose sorprendenti, paradossali. Il fatto che Gesù stasera passa, è una cosa un po’ paradossale. E non passa mentre ti stai facendo la doccia o mentre giri il sugo, no passa questa sera.

E continua. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte.

Ecco, stasera Gesù Cristo passa e vede Levi, ma chi è questo Levi?

È importante capire come Levi siamo io e te stasera, perché siamo Levi e perché Gesù Cristo guarda proprio a noi. Guarda proprio a te.

Cosa faceva? Era un pubblicano. E con questa informazione penso di non averti spostato di un millimetro.

I pubblicani non erano visti benissimo. A quel tempo in Israele erano tutti ebrei anche se le loro regioni erano sotto la giurisdizione dell’Impero Romano. E ogni provincia dell’impero formava una zona doganale. Chi metteva a riscuotere queste imposte? Prendeva gente del posto, perciò ebrei.

Quindi per un ebreo fare questo lavoro significa passare dalla parte di chi li opprime. È una cosa da infami. Fino all’altro ieri tanto bello pregare al tempio, Dio di qua, Dio di là, poi però appena arriva l’offerta di lavoro importante, quella che ti permette di avere un po’ di soldi sporchi con un po’ d’impicci, grazie e arrivederci e passi dall’altra parte.

Solo che questi tizi, i pubblicani che erano ebrei di nascita continuavano a vivere lì. Quindi non solo avevano tradito le loro radici, avevano annusato che lì si fanno soldi facili e sono stati disposti a fare qualcosa di losco e rimanevano lì, lo facevano alla luce del sole.

Erano odiati dall’opinione pubblica. Per la giustizia d’Israele era così grosso l’affronto che avevano fatto che non potevano neanche andare a testimoniare, la loro parola era come quella di uno schiavo, cioè nulla.

E quello che dovevano fare era riscuotere tributi, tasse irregolari per le merci che passavano il confine. Quel denaro era pieno di ingiustizia, perché l’importo da pagare quant’era? Indeterminato. Vi potete immaginare gl’impicci che questi pubblicani facevano. Ecco chi erano i pubblicani ed ecco chi era Levi.

Quando Gesù passa, lo vede. Cioè con tutte quelle persone che gli andavano dietro, e con tutta la gente strana che ci sta in giro vede lui seduto al banco delle imposte.

Cioè lo vede nel bel mezzo della sua vita, del suo rubare.

Guarda forse tu sei uno che paga le tasse, ma tutti qua dentro, chi più chi meno siamo seduti ad un banco delle imposte in cui riscuotiamo dalla vita tasse illecite, che non ci appartengono veramente nel profondo.

Cosa pensate che Levi da bambino avesse deciso di diventare il miglior pubblicano del circondario? Dice: papà da grande voglio fare una vita in cui ogni giorno è il giorno buono per mangiare in testa a qualcuno, fare le scarpe, rosicchiare affetto. Non penso proprio.

Io invece penso che Levi è uno che in tante situazioni ci s’è trovato. E non solo s’è trovato dentro quel sistema, ad un certo punto ha pensato che quello fosse il miglior sistema per sopravvivere.

Qual è questo sistema? Un sistema che si deve autoalimentare. Si alimenta con le maschere. È il combustibile per tenere questo equilibrio. Il pensiero che possa cambiare qualcosa è come un salto nel vuoto.

Forse qua dentro il tuo banco delle imposte è il fatto che ti riesce qualche cosa a lavoro, nello sport e la devi far pesare a tutti quanti sta cosa. E stai lì seduto davanti alle tue capacità che guai se una volta non sei performante, che guai se qualcuno non ti vede sorridere, che guai se qualcuno viene a sapere che hai fallito in qualche cosa. Apriti cielo. Sempre positivo, sempre sorridente.

Ci sta il sovversivo, quello che tu dici una cosa lui dovrà sempre dire il contrario. Devi fare l’alternativo in qualche modo. Il punto non è avere un pensiero è contraddire qualcuno. Hai quel banco delle imposte che devi sempre avere ragione, qualsiasi cosa accade, anche se stai palesemente sbagliando. Arrivi a fine giornata che ti sei portato a casa la tua bella paghetta.

Ci sta quello che è timido che dice “mi si nota di più se vengo o se non vengo e mi metto in disparte?”.

Tu sei tutto fitness e dieta, uno di quelli che ti pesi il pollo la mattina, prendi il cornetto 0 latte, 0 uova e 0 sapore e prendi 30kg. Hai trovato il tuo banco delle imposte, stai lì mille diete ferree, mille workout di mattina, di sera, pausa pranzo, hai provato 500 sport e tutto questo perché? Perché se ti fermi un attimo ti guardi dentro e c’è il panico.

Allora stai lì con sto fatto che sei caruccia, se potessi farti un’operazione e metterti un paio di occhi dietro la testa per vedere quanti ragazzi ti guardano quando passi tu. Perché uffa i maschi sono sempre i soliti pervertiti, ma fa che non ti guarda nessuno, il panico. Ecco il tuo bel banchetto. Questo ti basta? Mangi. Perfetto.

Stai lì con la tua bella maschera, la tua bella attività, conti i tuoi soldi, conti le tue qualità, cerchi di farle fruttare. Io sto lì anche con il mio bel banchetto eh. Questa parola è vera sempre. Fa che faccio una battuta che non ride nessuno e vedi come mi trovo dopo. Uno che mi dice “non sei così tanto simpatico” mi prende il magone qui quando sto da solo. Maschere, maschere, mille maschere.

La gente si innamora di te e non sa chi sei. I tuoi figli? Non sanno chi sei. A lavoro? Sei una macchina. Nella vita affettiva un disastro, sembra che sei alla ricerca disperata di casi umani, hai la calamita. Tutti, tutti, tutti abbiamo un banco delle imposte. Hai scelto tante cose della tua vita? No per niente. Ti ci sei trovato. A causa tua, a causa degli altri, a causa di chi ti pare ma ti ci sei trovato spesse volte.

Guarda che qua dentro molti di voi sanno perfettamente che devono cambiare. Poi però non lo fanno e non l’hanno fatto.

La conoscenza non provoca il cambiamento.

Anzi possiamo dire che conoscere tante cose aumenta solo la tua ansia che prima o poi quel bel equilibrio che nessuno ti è mai venuto a rompere a meno che non l’hai deciso tu, cambierà.

Tutte queste catechesi non vi aiuteranno a sapere cose. Chi è venuto in cerca di conoscenza intellettuale rimarrà a bocca asciutta, perché hai la vera conoscenza di te stesso quando ti metti in moto, quando ti metti alla prova, quando vai a sbattere contro qualcosa, lì si vede se la tua conoscenza ti aiuta a vivere.

Sai veramente guidare la macchina no se facciamo 20 ore di teoria su quando spingere la frizione e quando scalare le marce, ma solo quando ti ci siedi sopra quella macchina.

Ma scusami tu sapevi come sarebbe stata l’università? Hai dovuto fare tutte queste cose per misurarti con la reale portata. E lì ha fatto qualche aggiustamento, lì hai aggiustato il tiro, ma ti sei dovuto muovere, non pensare di muoverti.

Cosa pensi che Levi non sapeva che stava facendo una vita piccola? Una vita di maschere? Sai quando ti rendi conto che è una vitaccia? Quando ti fermi e stai da solo. Lì tante volte ti puoi deprimere tanto. Solo che se non hai altre vie d’uscita cosa ti resta fare? Andare avanti con il tuo banco delle imposte e cercare di sfangare la vita il più possibile.

Ecco sfangare la vita è incompatibile con il cristianesimo. Incompatibile. Si può andare a messa, fare il prete, pregare rosari, fare novene, stare in tutti i gruppi della parrocchia e vivere cercando di sfangare la vita? Sì. Ma dai, arriverà il momento in cui uno si accorge… No. Se non c’è qualcuno che passa, ti vede non per le tue maschere ma per quello che sei veramente e ti chiama per quello che sei veramente non arriverà mai questo momento.

Perché Gesù guarda Levi e gli dice “Seguimi”. Ma la risposta non è scontata eh. Dietro quel “seguimi” c’è un mondo. Se ti dice “seguimi” una persona sconosciuta chissenefrega, ma se ti dice “seguimi” chi è affascinante, chi ti tira dalla sua parte è un’altra cosa.

Se sei in galera e un altro carcerato ti dice “seguimi” chissenefrega. Ma se ti dice “seguimi” chi puoi farti uscire dal carcere è tutta un’altra cosa.

Ecco cosa succede a Levi, dentro di sé cercava qualcosa di più grande. Aspettava solo qualcuno che lo potesse liberare da una vita a contare i soldi, di cose piccole, di creste intorno alle imposte.

Non gli interessa come, vuole provare. Ha capito che lì c’è la soluzione, i problemi li risolverà. Cosa pensi che si alza da quel banco e puff magicamente la sua vita cambia? No, ma non sta lì a pensare come poter sopravvivere, si butta, poi aggiusterà il tiro.

Alla fine del vangelo che abbiamo letto dice: “Si alzò e lo segui”. Facile no? In fondo ce la fai da solo. Se vuoi, puoi. Stai lì che vuoi fare una cosa e la fai no? L’importante è volerlo. Ti ripeti un mantra che ci riuscirai. Visualizzi l’obiettivo. No.

Il verbo in greco dice tutt’altro. In greco il verbo è anastasis. Il verbo “alzarsi” non indica un tizio che decide di alzarsi ma qualcosa di più grosso, di più profondo. Ha due significati.

1) Si tratta di un uomo che va verso di te, entra nel tuo profondo, nella situazione in cui ti trovi tu, che si sporca con te. È un movimento che scende. Per andare verso qualcuno dobbiamo scendere dal nostro piedistallo e andare nella sua realtà.

2) Si tratta di qualcuno che rialza qualcuno. E che si rialza da solo Levi? In fondo sta dicendo che cosa? Rialzato lo seguì. È il gesto antico dell’affrancamento. Quando uno schiavo finalmente trovava la libertà, il suo padrone faceva un rito attraverso il quale lo prendeva per l’avambraccio e lo tirava su. Lo schiavo non gli dava la mano, si faceva prendere per l’avambraccio.

Devi decidere di farti prendere quello sì. È quello che fa Levi, dentro di sé ha deciso che vuole essere liberato ma gli serve un altro, uno più forte che lo tira fuori di prepotenza. Se ora vengo lì e provo a prenderti e tu non vuoi, opponi resistenza, non posso alzarti.

E che cosa ha visto Levi in Cristo così tanto da decidere di farsi prendere di prepotenza dal suo banco delle imposte e cambiare vita?

L’incontro finisce qui. In questa catechesi non vi daremo nessuna risposta perché forse non sei adatto a sentire una risposta. Sei venuto qua solo per saperne un po’ di più, qua si tratta di imparare una nuova maniera di vivere.

E se c’è qualcuno che pensa di non aver bisogno che venga rialzato dal suo banco delle imposte, chi ti ha invitato qua pensa che ne hai un estremo bisogno. Tu pensi “Ecco lo sapevo le solite cose” e quello vicino ti dice “E sentilo, ma non lo vedi come stai impicciato?”

Forse chi ti ha portato qui pensa che tu stai con la tua testa nella tua vita bassa a contare i tuoi soldi sul tuo bel banchetto. Offenditi ed entra nella verità.

Al termine della catechesi o prima di spiegare come avviene la chiamata di Cristo si possono fare queste domande. E’ buono che i ragazzi scrivano. Lo scrivere li aiuta a fissare le cose.

Gesù passa e vede Matteo seduto al banco delle imposte a riscuotere le sue tasse illecite, lo guarda e lo ama. Matteo ha bisogno di essere guardato così per realizzare che quello che sta accumulando non gli basta più. Davanti a lui c’è l’occasione per fare un salto di qualità. Se Cristo passasse oggi come ti troverebbe?

Lo scopo di questa domanda è quello di farli cominciare a guardare dentro e a vedere la propria vita alla luce del banco delle imposte.