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Il combattimento spirituale – 1Re 19,1-8

  • Introduzione alla tematica
  • Proclamazione del Vangelo scelto
  • Spiegazione sul senso della scrutatio
  • Scrutatio
  • Condivisione delle esperienze (chi vuole)
  • Catechesi
  • Padre Nostro e benedizione finale

Introduzione

Il tema che affronteremo in tutti questi incontri è qualcosa di “leggermente” decisivo per la nostra vita.

San Paolo nella Lettera agli Efesini scrive così:

11Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. 12La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. (Ef 6,11-12)

Perché ho voluto leggere subito questo passo? Perché è lo sfondo, sono le fondamenta del palazzo che cercheremo di costruire negli incontri successivi.

Innanzitutto che cos’è l’armatura di cui si parla? È la dotazione, l’equipaggiamento di ogni cristiano. Sono gli strumenti, la cassetta degli attrezzi che ha ogni battezzato per poter vivere bene la sua fede, per poter vivere bene nella vita.

Allora capiamo subito che non è un discorso di avere delle skills in più. Non è un problema di essere accessoriati. È un problema di poter vivere la vita bene o no. Non una questione di poco conto.

L’armatura che Paolo descrive è un’armatura da indossare. Non è come quando eravamo piccoli che ci vestivano a forza i nostri genitori. Tu stavi lì inerme, non ti muovevi e loro di forza di mettevano i vestiti.

È qualcosa che DEVI PRENDERE TU.

Non scende dall’alto.

Nessuno te la metterà con la forza.

Non ti sveglierai un giorno con l’armatura addosso.

Però sapere che questa armatura esiste, che c’è, si può prendere, ed è un regalo che aspetta di essere scartato, è consolante.

Perché è necessario indossare quest’armatura? Per poter resistere alle insidie del diavolo. Ecco, lo sapevo, siamo tornati al Medioevo. Ormai al diavolo chi ci crede più? È palesemente un invenzione.

Guarda si dovrebbe affrontare con più tempo questa tematica, ma ti basti sapere una cosa.

Il demonio è l’unico garante della nostra libertà.

La Chiesa non ha mai pensato che un uomo possa essere malvagio, che fa il male perché è nato storto. Ci stanno tanti buoni e invece quello lì è nato male. No.

La Chiesa crede che ogni uomo è cattivo. Cattivo nel senso dell’etimologia latina captivus che significa prigioniero. Prigioniero di chi? Del diavolo.

C’è, esiste e i discorsi su di lui sono sempre polarizzati. O non esiste nulla. Oppure tutto è demoniaco, tutto è satanico, ti si ferma la macchina e la colpa è del demonio. “Poveraccio”, se ti si ferma la macchina è perché forse dove metterci l’olio e ti sei dimenticato.

Allora qual è una delle opere del demonio nella nostra vita? Quello di INSIDIARCI.

Questa armatura la dobbiamo prendere, per resistere a qualcuno che ci insidia.

Cosa significa insidiare? È uno che si ferma, si apposta. È uno che trama qualcosa, una macchinazione che attende un passo falso. Non è un’attività, è una trappola tesa.

La battaglia sta tutta nel fatto di scovare queste trappole e non inciampare.

Sei a terra se hai lasciato entrare dentro il tuo cuore le letture sbagliate della tua vita e delle cose che ti succedono attorno a te.

Il fatto, la cosa che ti è successa è lì, davanti a te. È sbagliata o giusta? Né sbagliata, né giusta. Sta lì davanti che aspetta di essere interpretata.

Quando indossi l’armatura, l’avvenimento che ti arriva addosso lo leggi in una maniera. Quando invece inciampi nelle trappole del demonio e lo lasci entrare nel tuo cuore, entra e distorce tutto dal di dentro.

Ovviamente non lo farà cambiando voce, facendo una voce cavernicola come nei film, utilizza la tua stessa voce.

Proprio perché siamo essere dialogici, dentro di noi parlano più voci. Parla lo Spirito Santo, ma parla anche il demonio. E come te ne accorgi? Dalla lettura che dai delle cose.

Si capisce subito da come leggi la tua vita e quello che ti succede, se ti parla lo Spirito Santo o ti parla il demonio.

Perciò se è vero che la causa della nostra infelicità è quella di inciampare nelle trappole che qualcun altro ha preparato, nessuno mi obbliga a sbatterci contro.

Il demonio non mi toglie mai la libertà.

SONO IO CHE LA CONSEGNO.

Perciò la battaglia non è contro gli spiriti di sangue e di carne. Cioè non è contro le persone intorno a te che vorresti cambiare.

Paolo ce l’ha chiarissimo. Il problema non sono mai i tuoi genitori, i professori ingiusti, gli allenatori che non ti piacciono. No.

La battaglia è contro il proprio cuore.

Lì dove neanche Dio può entrare se non gli dai il permesso.

È chiaro che non viviamo la nostra vita in uno stato di allarme continuo.

Ci rendiamo conto se abbiamo impugnato si o no questa armatura solo dopo che le cose avvengono.

Quando sei sotto pressione per una situazione di qualsiasi genere, lì esce fuori chi sei. Lì esce fuori la verità sulle cose che “hai capito”.

Perché il rischio di tutto questo è quello di capire cosa bisogna fare e non farlo mai. Essere teorizzatori dell’armatura senza indossarla mai.

Il bello sta nell’indossare questa armatura. Perché?

Perché è necessaria per vivere bene.

14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». (Mc 7,14-23)

Senso della Scrutatio

Quando togliamo la Parola di Dio dalla nostra vita cadiamo in un pericolo grandissimo.

Trasformiamo la fede in sentimentalismo, in qualche cosa che ha a che fare con la nostra parte psicologica.

Allora la Bibbia diventa il libro di crescita personale.

Una spolveratina di qua, una buon consiglio di là, una risposta ad una decisione che devi prendere, così se sbagli puoi sempre dare la colpa a Dio.

Invece per avere un immagine di Dio REALE nella nostra vita, per avere un interpretazione secondo Dio REALE nella nostra vita abbiamo bisogno della Parola di Dio, perché sennò Dio te lo immagini.

Hai delle ferite e fai dire a Dio le risposte piccole che le tue ferite ti danno.

Hai delle aspettative, vuoi che qualche cosa vada come tu desideri e allora ci infili dentro Dio in qualche maniera, strumentalizzando la Parola.

Creare un contesto per poter frequentare la Parola di Dio come questi incontri, estirpa dentro di noi l’approccio da “Libro delle risposte” con cose che io DEVO CAPIRE e lo trasforma in una relazione vera e propria fatta di quotidianità.

Non è che tutte le volte che esci con una persona torni a casa con le risposte della vita.

A volte, spesso, quasi sempre, ti fa solo piacere frequentare quella persona. Stare con lei. Creare una quotidianità. Quello nutre la relazione.

Indovina un po’ cosa sarà la scrutatio allora?

Esattamente questo. Passare da una relazione da Oracolo di Delfi a frequentare Dio.

FREQUENTARE Dio, sapere come la pensa, come agisce, è l’antidoto alle letture sbagliate del nostro cuore difronte a quello che ci succede nella vita.

Uccidere la parola sbagliata che ora sta nel tuo cuore, anche se non hai un risultato immediato come tu vorresti, uccidere quella parola è più importante di sapere cosa devi o non devi fare.

Oggi sei qui e cerchi una risposta a quello che ti manca o alla scelta che devi fare.

Ancora non hai capito che ciò che è necessario non è avere una soluzione, ma mettere le mani alle letture sbagliate di ciò che ti manca o alle scelte che devi fare. Perché?

Perché poi la soluzione arriva.

Perché leggi le cose secondo Cristo e non secondo le tue ferite, recriminazioni e vittimismi.

Quella soluzione, quella secondo Cristo, è la più bella e la più inaspettata.

Catechesi – 1Re 19,1-8

Elia è un profeta molto particolare. La sua figura torna nel Vangelo molte volte. È il profeta che tutto Israele aspettava perché aveva una forza “sovrumana”. I miracoli che ha compiuto da profeta sono tantissimi. Ma soprattutto è stato profeta di Israele quando regnava il re Acab, un re che ha dato in pasto la nazione scelta da Dio agli idoli e al sincretismo religioso.

Prima di arrivare al punto che interessa a noi, bisogna raccontare un attimino cosa succede prima.

Il popolo di Israele è comandato da un re che rigetta la fede nel Dio unico di Israele. Ha cominciato a fare compromessi inserendo elementi delle religioni dei popoli vicini. Insomma ogni statuetta e ogni dio era buono per poterci dare quello che desideriamo.

Perciò Elia agli occhi del re è una minaccia. Perché?

Perché chi mischia e cerca compromessi nella vita non vuol sentir parlare di Dio unico, di radicalità. I compromessi che spesso volte sembrano essere la via per non avere rotture, a lungo andare diluiscono tutto.

La radicalità è incompatibile con il compromesso.

Non siamo tutti chiamati alla radicalità, però a non raccontarcela sì. Voler trovare una sintesi tra il compromesso e la radicalità non si può fare. Non ti illudere.

Perciò Elia è una spina nel fianco nel paese. Perché ci richiama all’ordine. Ci dice quello che è vero. E questa cosa non ci piace. Chi spicca infastidisce. Chi ottiene risultati deve tornare con i piedi per terra come tutti noi.

Arriva un momento che sfidano Elia. Vogliono fare a gara a chi ha più autorità. Facevano gare strane.

Chi sei per dire quello che stai dicendo? Mostraci la potenza del dio di cui parli.

Avviene il famoso duello a colpi di sacrifici. Elia li sfida ufficialmente. Fa convocare 450 sacerdoti dell’idolo Baal, più 400 profeti del dio Asera.

Elia contro 950 persone.

Il nostro profeta li bullizza. Se il vostro dio è il più forte vi risponderà sicuramente. Scenderà e tutti capiremo che allora dobbiamo servire lui. Sennò se il Signore è il più forte seguiremo lui va bene? Facciamo una cosa. Prepariamo due sacrifici per invocare i nostri rispettivi dei. Siete di più cominciate voi.

Questi cominciano a invocare il nome di Baal tutto il giorno, a squartare il giovenco. Saltavano da una parte all’altra dell’altare ma niente.

Elia passa all’insulto e li prende in giro. Il vostro dio non vi sente? Sapete perché? Perché dovete gridare più forte.

Passa parecchio tempo ma non succede niente. Allora Elia serafico si mette a sistemare il suo bel altare. Fa una preghiera e tac Dio scende sotto forma di fuoco.

Questo fuoco consumò l’olocausto, la legna, la pietra e la cenere. Insomma è bastato poco e Dio si è fatto vedere.

Tutti si prostrano a terra. Dio è il più forte. Dio è grande. Elia fa catturare quei sacerdoti e li ammazza tutti quanti.

Oddio che scandalo. Nella Bibbia si ammazzano delle persone. Ma lui è Elia, un profeta del Signore. Uuh non mi piace l’Antico Testamento, meglio Gesù che è più buono.

Ma di cosa sta parlando questo passo? Che una volta che hai un’esperienza di Dio vera, forte, che hai visto che si manifesta nella tua vita, non è che non devi più parlare con tutte le promesse di felicità che ti eri fatto fino a quel momento, le devi proprio uccidere e sterminare.

Quei sacerdoti, quei ciucciotti che hai faranno sempre leva sul sentimento religioso, sulla paura che hai di rimanere solo, sulla paura che hai del giudizio degli altri. Quando fai esperienza di Dio, devi ucciderli tutti questi sacerdoti. Sterminarli. Non deve rimanere niente.

Il re Acab testimone della potenza di Dio racconta tutto alla moglie Gezabele che ovviamente va su tutte le furie. È corrotta. Non vuole che qualcuno si immischi nei loro impicci e vuole uccidere a tutti i costi Elia.

Il profeta stavolta è costretto a scappare e qui comincia una scena di una profondità inaudita.

Gezabele manda un messaggero a dire ad Elia:

Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro. (1Re 19,2)

Tradotto: preparati una bara.

Arriva una minaccia. Nella nostra vita siamo costantemente minacciati da molte Gezabele che solo la tua presenza, il tuo modo di parlare, il tuo modo di essere la infastidisce.

Elia non è più disposto a fare quello che fanno tutti, perché ha gustato cosa significa stare con Dio e cosa significhi compiere miracoli.

Difronte a questa minaccia come reagisce Elia che ha visto la potenza di Dio? Dovrebbe bullizzare anche lei, sicuro che Dio lo proteggerà no? E invece ascolta.

3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. (1Re 19,3)

L’uomo valoroso, difronte ad una minaccia ben meno grave di affrontare fisicamente moltissimi sacerdoti, se la fa sotto e per paura scappa.

È riuscito ad ammazzare 450 sacerdoti, però l’idea che qualcuno potrebbe ammazzarlo lo ha messo in crisi tanto da fuggire.

La paura sta dominando la sua vita.

Perché pensa sia la soluzione? Vuole salvarsi.

Nella nostra vita è lo stesso, quello che ci minaccia, che pensiamo ci faccia paura ci fa fuggire, pensando che facendo così ci metteremo in salvo.

La fuga diventa LA SOLUZIONE.

Rimandare quell’esame diventa la soluzione. Non mettere le cose in chiaro nella relazione che stai vivendo diventa la soluzione. Rinunciare ad una cosa bella che stai facendo perché una volta hai fatto un errore diventa la soluzione.

È tutto nella tua testa. Non è reale. È un film che ti stai raccontando.

Quando scappa dice che lasciò la il suo servo.

Chiaro, quando ci fissiamo, quando andiamo in tilt ci isoliamo.

La prima cosa che tagliamo è la sincerità nelle relazioni significative, quelle che valgono.

Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». (1Re 19,4)

Solo, senza amici, senza servi e senza nessuno si inoltra nel deserto. Si trova in un contesto ostile per la vita e dove si va a sedere? Sotto una ginestra.

La pianta della ginestra è una pianta esistenzialmente molto particolare. Le sue radici possono raggiungere fino a 20 metri di profondità, questo perché deve catturare acqua negli strati più bassi del terreno.

Si sta riposando in un luogo che ha radici così profonde, che capta acqua, capta vita anche delle occasioni più piccole.

Quando nella vita andiamo a fondo delle cose, come le radici della ginestra, sembra che tutto parla di Dio, non in maniera stupida e infantile, ma come un captare occasioni di vita anche dalle cose più piccole che ci capitano.

Elia si trova lì sotto e invece vive una vita con le radici profonde 20 centimetri. Perché?

Perché vuole morire.

La sua paura diventa un assoluto. È il dittatore che spadroneggia nella sua vita. È convinto che il suo problema è insormontabile.

Elia come me e te tante volte è affetto da vittimello.

Una tristezza che ti attacca, ti prende e ti divora il cuore. Perché?

Perché rende il cuore insensibile ai problemi degli altri.

La vittima trova qualcuno con cui prendersela. È in cerca di un capro espiatorio. Non si prende mai le sue responsabilità.

È uno che la libertà la consegna e non se ne vuole appropriare.

La tristezza di Elia gli spegne il desiderio di compiere la sua missione di salvare il popolo Israele. Quello era il motore, estirpare l’idolatria, la tristezza lo spegne.

La sua paura è il metro di giudizio per leggere tutta la realtà, è universale, inopinabile. Ti condanni e pensi che tutti ti vogliono condannare.

Nella tua testa ti convinci di una cosa: sono brutta, non troverò mai un ragazzo, non so studiare e neanche le bombe ti smuovono da questo pensiero.

Perché non siamo bravi a parlare e a convincerti? No. Perché hai un cuore spento dalla tristezza incapace di spendersi per qualcuno.

Se vuoi ti regaliamo un bell’orsacchiotto gigante, lo abbracciamo e ci mettiamo a piangere tutti insieme eh!

Qual è la soluzione di Elia difronte al vittimismo che gli serpeggia dentro?

Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. (1Re 19,5a)

Ecco la soluzione a tanti nostri problemi. Il sonno.

Tante volte dormiamo con la speranza che prima o poi le cose si sistemeranno da sole. Il sonno sono tutti i ciucciotti a cui ci attacchiamo pensando siano le soluzioni per tutto quello che ci rende insoddisfatti.

Il problema però rimane sempre lì, non si è spostato di un centimetro. Non aspetta di essere scansato, aspetta di essere affrontato.

Ci sono delle cose che devi fare oggi e invece ti alieni, ti metti a dormire e ti dici che ci penserai domani, ma domani sarà sempre la stessa storia.

Questa è una forma infantile di affrontare la vita. La radice è sempre quel senso di vittima che ti abita dentro, quel pensiero storto che hai lasciato entrare e ti interpreta tutto.

Prima di senti vittima poi cerchi le gratificazioni.

Ma ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia!». 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. (1Re 19,5b-6)

C’è un angelo che interviene. Un angelo è un inviato di Dio. Indovina un po’ chi sono gli angeli nella tua vita?

Chi ti annuncia il Vangelo. Cristiani,catechisti, preti, suore, chi ti pare a te. L’angelo Dio lo invia per portarti una notizia.

C’è bisogno di una persona che ti tiri fuori dalla situazione in cui ti trovi, non puoi farlo da solo, è impossibile.

La realtà che ti sei fatto è grande quanto il tuo cervello, perciò è proprio piccola.

L’angelo gli dice ad Elia: ALZATI E MANGIA.

Deve fare due cose. Gli dice di fare le stesse due cose su cui non hai vigilato, le stesse due cose che sono il motivo della tua tristezza.

Gli dice di alzarsi, cioè di prendere in mano la sua vita, di uscire fuori dalla lettura velenosa della vittima, dove tutta la vita fa schifo, dove a te nessuno ti guarda e dove nessuno ti vuole bene.

Prendere in mano la vita significa entrare nella realtà. Ci sono tante cose che non possiamo cambiare della nostra vita, possiamo però smettere di torturarci.

Poi gli dice di mangiare. Cioè gli chiede di fare un atto fisico, qualcosa di concreto. Se non mangia Elia non ha le forze, non può continuare il suo viaggio.

Non è solo questione di cambiare punto di vista. Non è solo un discorso concettuale. Si tratta poi di andare nei posti dove si mangia bene. Entrare in una quotidianità, in un ritmo di ascolto della Parola, di nutrirsi bene.

Elia cosa fa?

Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. (1Re 19, 6b)

Guarda la focaccia e mangia solamente. Non si alza.

Elia vuole la pillolina, vuole la magia, ha il mal di pancia e si ingozza di medicine, ma è inutile che mangia cose scadute e poi si prende le medicine, deve smettere di mangiare le cose scadute.

Mangia, ha quel poco di gratificazioni quanto bastano e poi si rimette a dormire. Ha avuto la pillolina, ma non ha risolto niente. Ha ascoltato una catechesi bella, ma non ha preso in mano la sua vita.

L’angelo non demorde e gli ripete la stessa cosa.

Non hai capito, non devi solo mangiare, devi ALZARTI.

Per riempire le tue betoniere affettive non ci vuole tanto, ci infiliamo dentro quello che vuoi, un po’ di affetto lo ritroviamo sempre.

Mangiare non è sbagliato, è necessario, ma quando diventa un motivo di vita allora è problematico.

Quando per tornare a casa contento devi sedurre per forza qualcuno con gli occhi. Quando hai acquistato qualcosa e già pensi a quella successiva.

Ti stiamo dicendo come l’angelo ad Elia, ti approcciarti alla vita da adulto.

Il tuo schemetto è sempre stato quello. Spizzicare catechesi di qua e di là, fare un passo in avanti invece?

Perché non ti piace? Perché alzarti nella tua vita lo puoi decidere solamente TU.

Quando ti alzi, come Elia, e capisci che non ha senso piangersi addosso per una paura che non si è avverata, ti ritorna la GIOIA DI VIVERE.

Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb. (1Re 19,8)

Finalmente Elia si alza e mangia. Non sta scappando più, sta affrontando la realtà. Capisce che le sue paure sono solo paure.

Fondamentalmente Elia riprende a VIVERE.

Un interpretazione da vittima o meno, condiziona tutta la tua vita.

Per quanto ancora vuoi continuare così?