Home » La falsa religione – Gc 1,19-27

Mercoledì VI Tempo Ordinario Anno II

19Lo sapete, fratelli miei carissimi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. 20Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. 21Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. 22 Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; 23perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: 24appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. 25Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla. (Gc 1,19-25)

Di quale ascolto sta parlando?

Siamo campioni del mondo nel far sentire in colpa le persone e con le persone che ascoltano poco il gioco è veramente facile. Soprattutto perché l’ascoltino nella Bibbia è un tema un tantino importante.

Di quale ascolto sta parlando? Di ascoltare chiunque parla e basta? Quando arriva allora il momento di parlare?

È l’ascolto della Parola di Dio. Perché è così importante?

Perché è la Parola di Dio che cambia il tuo cuore. Non lo cambia il ragionamento sui tuoi comportamenti. Non lo cambia il senso di colpa. Ascoltare veramente la Parola di Dio ha un effetto performativo, che cambia la realtà.

Una volta che ascolti, cioè che stai lì, a volte ti dice qualcosa, a volte non ti dice niente, ma stai lì, allora sarai lento a parlare.

No, che dobbiamo solo ascoltare.

Ma lento a parlare. Significa che non agisci d’impulso. Quante cose hai detto oggi che “non volevi” dire. Ti sono scappate. Se non ti avesse risposto così non gli avresti detto quella cosa d’istinto.

Ascoltare la Scrittura dà profondità alla vita. Quando sei profondo non stai lì che voracemente fai uscire tutto ciò che pensi.

Ed eviti anche un altra cosa.

Sei lento all’ira.

Agire d’impulso può essere liberante, ma quando scattiamo e feriamo verbalmente qualcuno ci sono delle cose da cui non si torna più indietro.

Quante persone hai aggredito ed oggi quella relazione si è incrinata parecchio? Quante persone hanno paura di dirti le cose perché ogni volta scatti come una molla?

Ascoltare la Parola non è un esercizio in classe, è l’antidoto. Non è che sei lento a parlare perché così sei una persona migliore, no. Ferire o non ferire qualcuno è sempre nell’ottica dell’amare o non amare qualcuno.

L’obiettivo non è sentirsi più buoni, ma amare meglio gli altri.

Allora Giacomo va un po’ più nello specifico. Perché cosa succede quando si ascolta la Parola?

Succede che torniamo ad essere uno. Unificati. E perché?

Chi dentro di sé è uno: sceglie e porta avanti scelte. Capisci che il tema è un tantino importante.

Come si fa a far sì che questa cosa avvenga? Bisogna prendersi cura della qualità dell’ascolto della Parola.

Smetterla di ascoltare per avere un risultato. No. Cura le modalità. La Parola, dice Giacomo, è stata impiantata dentro di me e di te. Di cosa ha bisogno?

Acqua. Cioè buone abitudini.

Ci piacciono tanto i grossi tuffi al cuore emotivi o le abbuffate di Parola. Invece guarda ti basta creare il contesto adatto per quel poco di ascolto di Parola al giorno. Se ti concentri su quello, il contesto, allora questa parola impiantata porta alla salvezza. Non la salvezza: speriamo di non andare all’inferno!

Ma a vivere bene.

Ok creato questo contesto, però come si ascolta la Parola?

Ed ecco che qui c’è la trappola del moralistello dentro di noi. Triggerati dal: se ascolti e non metti in pratica non sei un buon cristiano.

La frase più moralista e più tra i trend nella Chiesa.

Tu sei in quanto metti in pratica.

Non è che questa cosa non sia vera, ma il punto non è se metti in pratica si o no, il punto è domandarsi: se non mette in pratica è perché forse ascolta male? Allora intervieni lì, non sul senso di colpa che ti da un risultato immediato e ci portiamo a casa i tuoi sforzi.

Che ci facciamo con i tuoi sforzi? Segniamo solo i giorni su calendario fino a quando mollerai.

Come mettere in discussione la tua forma di ascoltare la Parola?

Se quando l’ascolti applichi schemi religiosi c’è qualcosa che non va. E quali sono questi schemi? Beh, basta ascoltare o scrutare la Scrittura cercando quello che tu desideri prima ancora di approcciarti alla Parola.

Arrivi dentro una chiesa o preghi e hai un desiderio. Che quell’esame vada bene. Che tuo marito ti ascolti. Che tua moglie ti comprenda. Che tuo figlio lasci la droga. Che tua madre sia più paziente con te. Il tuo cuore desidera questo.

Allora ascolti o scruti filtrando tutto secondo questo parametro, che è sbagliato alla radice. Perché ti può illudere. Può diventare un effetto placebo.

Sai cos’è un effetto placebo? Che se a tuo figlio gli fa male la testa gli dai acqua e zucchero e gli fai: bevi che qui c’è la medicina che ti fa passare il mal di testa. Lui la beve, si sente meglio. Grazie mamma. Ma lì dentro non c’era nessuna medicina.

Trasporta tutto questo nell’ascolto e nella preghiera.

Come fai a renderti conto che l’ascolto sia di qualità? Perché la Parola non è un placa ansie, ma è dinamica. Da una direzione nuova al tuo desiderio che tante volte va verso il male. Allora la Parola va alla radice. Non ti corregge a forza di martellate. Ma ti ridireziona dolcemente.

Rispettando la tua libertà.

Se hai un problema a casa, non ti dice di cambiare le cose a casa facendo il pazzo. Ma cambia tu. Più dinamica di così.

Non ti convince, ti allarga il cuore. Hai spazio. Passa più sangue. Dai più vita.

Sennò, dice Giacomo, sei come quello che guarda allo specchio. Ovviamente gli specchi di una volta non sono come quelli di oggi. Erano sbiaditi. Vedevi il riflesso ma insomma non è che vedevi la tua immagine perfetta.

Però sta dicendo, non guardare le cose tanto per guardarle. Non sentire le cose tanto per sentirle.

Stacci tu dentro.

Ci sta dentro chi fissa lo sguardo sul fine delle cose. Cosa ci libera? Il risolvere il problema di oggi per portare a casa la giornata o il guardare il fine delle cose per poi così risolvere i problemi di oggi?

Studiare per studiare e portare a casa un bel voto diventa logorante se non fissi lo sguardo sul fine.

Studiare perché puoi salvare la vita di qualcuno è liberante.

Lavorare perché sennò non ti pagano alla lunga ti uccide.

Lavorare perché Dio ti sta mettendo vicino l’occasione per far fare il salto di qualità ai tuoi colleghi è tutta un’altra cosa.

Stai capendo allora che è la Parola, il Vangelo che ti rigenera. Non perché è un atto magico che la leggi e puff succede qualcosa.

Ma perché è l’unica voce fuori dal coro nella tua vita che non punta sulle cose pratiche di ora, ma allarga gli orizzonti. Ti fa pensare in grande. È veramente liberante. Va sempre nella direzione di spendersi per qualcuno.

26Se qualcuno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. 27Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo. (Gc 1,26-27)

Anche qui non è un problema di fare azioni buone o no. Di comportarsi bene, perché sennò Gesù si offende e piange.

Quante volte anche se capisci benissimo questa affermazione a livello cerebrale, misuriamo il comportarsi bene con uno scambio di dare avere con Gesù che vuole che ci comportiamo in una certa maniera.

Questo approccio proviene dalla nsotra educazione. Se ti comporti bene ti voglio bene. Se ti comporti male non ti voglio bene.

E allora tutto questo lo applichiamo a Dio, purtroppo.

Invece dice Giacomo, qual è la narrazione che hai su di te? Usi la lingua per cosa? Per raccontartela.

Raccontarsela è in fondo firmarsi un bel certificatino di buona condotta che a fine giornata ci faccia dire: Beh tutto sommato oggi non ho fatto male a nessuno. Allora questa è una lingua che si giustifica.

Oppure hai una lingua che cerca colpevoli. Una lingua che contesta tutto.

Dice Giacomo che tutto questo ha un problema, che ti allontana dalla cosa più importante. Il tuo cuore.

Se il tuo cuore è pieno di ingiustizie vedi tutto nero. Invece se il tuo cuore è uno, è libero comincia a vedere il bene che puoi fare. Perché è direzionato verso quello che è reale, non verso quello che dovrebbe cambiare secondo te e non cambia.

Allora visiti gli orfani e le vedove. Sono le persone intorno a te. Sono le persone che ti chiedono la vita, e tu non ce l’hai. Oltretutto anche tu chiedi vita a loro.

Invece quando ha il cuore libero, perché ascolti la Parola, ti allarga il cuore, ridireziona i tuoi desideri e allora dove pensi che ti perdi dando vita a qualcuno, la ritrovi.

Chiaro che è utopico vivere tutto questo come in uno stato permanente, ma un conto è averne esperienza, ripetere l’esperienza.

Un conto è non vivere mai così. Si finisce per diventare cinici.